Ho respirato l’autunno

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Stamattina ho respirato l’autunno. L’ho respirato nell’aria fredda che alle volte cerco per fermare i pensieri. Il platano si scorgeva appena, unica nota autunnale dietro la chioma di un alloro che non so nè come nè quando sia spuntato lì… Ovvero lo so, eccome se lo so! Dicono che la natura sia lenta… E’ la sua inesorabilità che mi coglie ogni volta di sorpresa! O semplicemente sono io che sono più lenta… Ti giri un attimo e l’attimo dopo ti ritrovi con un tronco di un palmo di diametro che con lo sguardo percorri dalla base alla sommità per capire a chi appartenga…
Abbiamo dovuto abbatterlo quell’alloro (e Dio solo sa la pena!), per salvare un melo cotogno troppo sofferente quest’anno per regalarmi i suoi frutti, per dare una possibilità ad un arancio tarocco che ahimè di frutti me ne darà solo qualcuno, e per salvare quel giallo platano che sta preparando il mio nuovo autunno…

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Cheesecake ai fichi e mandorle caramellate

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Visto che qui fuori pare che l’estate sia ormai finita, un po’ d’autunno me lo porto anche in cucina! Festeggio i fichi della nostra terra con i quali la mamma sa farmi felice, mettendoli in un cestino e lasciandoli in bella mostra quando vado a trovarla; festeggio progetti ancora sogni che sarà bello trovare il modo di realizzare, festeggio questo ottobre, che è forse il mese più bello dell’anno, e questo desiderio di mandorle caramellate giunto troppo in fretta per aspettare che arrivi Natale!

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Cheesecake ai fichi e mandorle caramellate
(ricetta per una teglia apribile di 18/20 cm di diametro)

Per la base: 200 g biscotti secchi, 100 g farina di mandorle, 80 g burro, 1 cucchiaino di miele.

Per la crema: 250 g ricotta, 250 g mascarpone, 125 ml panna fresca, 150 g robiola, un vasetto di yogurt bianco, 150 g zucchero, la buccia grattugiata di un limone non trattato, una stecca di vaniglia, 3 uova, mezzo cucchiaio di farina.

Per la copertura: marmellata di fichi (va bene anche una coulis), una decina di fichi più altri per decorare, una manciata di mandorle caramellate pestate grossolanamente.

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Procedere come per la cheesecake ai lamponi. In questo caso ho variato leggermente le quantità degli ingredienti, e per richiamare anche nella base il sapore delle mandorle della copertura, è stata aggiunta della farina di mandorle. Una volta fredda, la cheesecake va ricoperta di marmellata di fichi resa più fluida riscaldandola con qualche goccia di limone. Sulla marmellata si adagiano i fichi tagliati in quattro parti i quali vanno spennellati con la marmellata (o anche del miele d’acacia). Per finire ricoprire con le mandorle spezzettate.

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Per le mandorle (o altra frutta secca caramellata) metto sul fuoco 100 g di mandorle spellate con 50 g di zucchero per pochi minuti, finchè lo zucchero non si sciolga e diventi biondo. Verso su un piano di marmo oleato distanziando il più possibile i frutti aiutandomi con un cucchiaio di legno. Una volta fredde, asciugo con uno strofinaccio l’olio in eccesso e conservo in un barattolo di vetro.

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La regina illuminata dalla luna

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Quella sera c’era la luna piena… Brillava sul Giardino Inglese, e il Cedro del Libano l’avvolgeva accarezzando la sua aura magica.

Quel giorno, 8 settembre 2014, ricorreva il bicentenario della morte di Maria Carolina, la regina che quel giardino l’aveva fortemente voluto, insieme ai numerosi simboli massonici, più o meno nascosti, di cui quel luogo è ancora costellato.

Una regina illuminata, che diede impulso ad esperimenti innovativi, come la Real Colonia di San Leucio, primo esempio di repubblica socialista della storia contemporanea. Una regina illuminata, che ha cominciato a spegnersi solo dopo la tragica morte di Maria Antonietta sua sorella.

C’era la luna piena quella sera, e nessuno ha ricordato la morte di Maria Carolina…

Ma c’erano gli alberi del suo giardino, antiche e maestose presenze scultoree, che sono sopravvissute a lei e che sopravviveranno a noi, c’era il laghetto di una meravigliosa Venere consapevole di abitare in uno dei luoghi più magici al mondo, c’era la chiesetta gotica, e il rudere sulle ninfee. E c’era il criptoportico, simbolo di un classicismo risvegliato dalle scoperte di Pompei ed Ercolano, che mi fa pensare che di esoterico in fondo non c’era nulla… O forse sì…

Non è stata ricordata la morte di Maria Carolina quel giorno, ma c’erano gli alberi secolari, il laghetto, Venere, la cascata, il ponte, la chiesetta gotica, e ancora… i finti ruderi, i crolli… E poi c’era quella luna piena…

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Fino al 4 ottobre, la Reggia di Caserta offre ai visitatori il suggestivo spettacolo dei Percorsi di luce – il ritorno del Settecento. Un’occasione unica per avvicinarsi alla bellezza di un Parco storico tra i più belli al mondo, per apprezzare la Storia, l’Arte, l’Architettura, procedendo lungo la via d’acqua del giardino all’italiana, soffermandosi davanti alle celebri fontane, e inoltrandosi finalmente lungo i sentieri del meraviglioso Giardino Inglese, il giardino di Maria Carolina.

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Filosofia del camminare

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Mi piacerebbe osservare dal di fuori la mia camminata, la mia andatura, come in una ripresa video fatta a mia insaputa, mentre mi sposto da una parte all’altra del mio spazio, lungo i sentieri del quotidiano. Chissà che tipo di camminatore scoprirei… Un camminatore instancabile come lo deve essere stato Nietzsche, che amava le alte vette e anche il mare, dove si viene schiaffeggiati da un vento che impone di rimanere desti, oppure come Rimbaud, il quale più che camminare, fuggiva…

Sarebbe, la mia, una camminata malinconica, alla Nerval, o disciplinata come quella di Kant? O sarebbe un po’ di tutte queste messe insieme? O nessuna di queste? Quante camminate mi appartengono?

Ho portato numerosi libri con me in giro questa estate (leggo quasi solo in vacanza, ormai). Tra tutti mi ricorderò di un libricino di filosofia (Andare a piedi – Filosofia del camminare, di Frédéric Gros, docente universitario di filosofia a Parigi). E mi ricorderò anche di questa mia camminata estiva, più rilassata che nelle altre stagioni, e cercherò di portarmela dietro in città, e di attivarla, quando il ritmo serrato degli impegni quotidiani cercherà di farmela dimenticare.

Segnalibro 

  • Cap. 3. Perché sono un così buon camminatore (Nietzsche)
  • Cap. 5. Lentezza
  • Cap 24. Mistica e politica (Gandhi)

 

Sulle orme del Grand Tour: scalata al Vesuvio

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Sarebbe bello se ad accompagnarci in una scalata al Vesuvio, vulcano campano che attira ogni giorno migliaia di visitatori da tutto il mondo, fosse Lord Hamilton in persona. Ambasciatore inglese alla corte di Napoli nella seconda metà del ‘700, collezionista d’arte, uomo di grande cultura e, soprattutto, uno tra i massimi esperti ed amanti del vulcano, così come descritto nel fortunato romanzo di Susan Sontag (pubblicato circa 20 anni fa e oramai quasi introvabile!), giunse a Napoli nel 1764 e vi rimase fino al 1800. Ah, se non ci dividessero 200 anni e più di storia! Sarebbe bello sentire da lui di Plinio, e di come la sua fine ne abbia legato per sempre il ricordo a quel vulcano che, dall’alto, ha visto anche la morte di tanti spiriti rivoluzionari al tramonto di quella che fu la Repubblica Partenopea.

Chissà se Lord Hamilton ci parlerebbe anche di Emma… Di come quella fanciulla di origini molto umili fosse riuscita, grazie alla sua bellezza e al suo (vulcanico!) temperamento, a conquistarsi un ruolo importante presso la corte di Ferdinando IV di Borbone, divenendo addirittura la miglior amica della regina Maria Carolina, la quale assisteva proprio in quegli anni alla decapitazione di sua sorella Maria Antonietta… E dell’ammiraglio Nelson? Ci parlerebbe dei suoi successi militari e della sua difesa al Regno di Napoli, o si soffermerebbe su come questi si fosse inesorabilmente portato via il cuore della sua Emma?

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Oggi, come ai tempi di Lord Hamilton, il Vesuvio costituisce uno dei siti di maggior interesse della Campania. La scalata potrebbe essere, a mio avviso, proprio la prima tappa per chi programma una visita al territorio che circonda Napoli. Non a caso, oltre a fornire la possibilità di avvicinarsi al cratere del vulcano più famoso al mondo, regala uno straordinario colpo d’occhio verso quel tratto di costa che, partendo dal golfo di Napoli, prosegue con i paesi vesuviani (tra cui Pompei ed Ercolano) per chiudersi con Sorrento, offrendo anche la vista, più in lontananza, dell’isola di Capri.

Scalata al Vesuvio, dunque, non solo come tappa obbligatoria (Con Viaggio in Campania – Sulle orme del Grand Tour, la regione Campania propone numerosi itinerari per ripercorrere le tappe dei grandi viaggiatori del Settecento, immergersi nella bellezza artistica e naturalistica, comprendere i segni della storia e assaggiare le eccellenze enogastronomiche della Campania), ma anche come promemoria, anticipazione, di tutte le bellezze da visitare, una volta scesi di là.

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GIVERNY il giardino di Monet

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Meno male che con la mente si può fuggire dove si vuole. Così da tenere a bada questo bruciante desiderio di raggiungere i luoghi dei propri sogni… L’estate li accende con la forza dirompente dei gialli e degli aranci di cui si colora la mia vista. Che il bianco dei gelsomini e l’azzurro dei plumbago possano riuscire sempre a riportare la quiete…

Nel giardino di Monet, a Giverny, un villaggio della Normandia a 75 km da Parigi, i colori dovevano esserci proprio tutti. Magari amche mescolati tra loro senza criteri che seguissero le varie teorie sul colore, le quali impongono accostamenti cromatici che rendono più gradevole tutto l’insieme. L’importante era piuttosto che creassero grandi macchie, così piene da poterci riempire una tela… Poco male se il pittore, colto da un improvviso scatto d’ira, rovinasse il lavoro eseguito lacerando quella e le altre tele che gli capitavano a tiro in uno degli atelier in cui si rinchiudeva per giorni. Bastava la notizia di una spedizione di sementi appena arrivata, dei nuovi vasi di papaveri, ninfee da far acclimatare, e sulla casa di Giverny tornava la tranquillità. E così si ricominciava a piantare, tutti insieme, Monet, i due figli, la compagna Alice e i sei figli di lei.

Alice… Sky Arte dà voce alle parole del suo diario in uno speciale intitolato Il giardino di Alice, appunto. Quanta forza per stare accanto ad un artista spesso intrattabile, ma quanta gioia nell’accompagnarlo insieme ai figli nella creazione di un giardino tra i più ammirati degli ultimi decenni, a partire dal 1980, quando è stato aperto al pubblico, e da allora meta di appassionati di tutto il mondo.

In attesa di un’estate così infuocata da non trattenermi dal mettermi sul primo aereo alla volta della Normandia per farne una personale esperienza, assaporo questo giardino nel meraviglioso libro di Dominique Lobstein, corredato dalle  splendide fotografie di Jean Pierre Gilson, che è tornato a visitare il giardino di Monet più e più volte, per vederlo cambiare con le stagioni, sorprendendosi ad ogni nuova fioritura e cogliendone delle visioni (impressioni!) con lo stesso atteggiamento che doveva essere stato dell’ideatore, o meglio, del pittore del proprio giardino.

 

Cilento in bici, l’avventura di Carla e Simona

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Questa storia ve la devo proprio raccontare. Perché è una storia bella, perché è una storia vera, perché è una storia d’amore. Amore per la propria terra e la sua gente, per le proprie origini, per l’arte, la cultura, le tradizioni di un territorio tanto meraviglioso quanto (quasi) sconosciuto.

Carla Passarelli (artista) e Simona Ridolfi (insegnante) stanno compiendo un viaggio in sella alle loro biciclette, seguendo un percorso di 500 km attraverso il meraviglioso Cilento, regione della Campania in provincia di Salerno, che col suo parco nazionale è stato dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. La loro impresa ha uno scopo ben preciso, quello di dimostrare che l’entroterra è altrettanto interessante rispetto alla più conosciuta costa, e di tracciare un percorso che possa essere battuto da tutti quelli che in futuro vorranno seguire i loro passi.

Come bagaglio, il minimo indispensabile, compreso un tablet per documentare la singolare esperienza, un diario per Simona e carta e matite per Carla, dove annotare le impressioni sui luoghi visitati e disegnare i tratti dei volti incontrati, lungo un percorso studiato nei minimi dettagli per un viaggio che durerà circa un mese. Il tutto meravigliosamente raccontato tappa dopo tappa sul profilo facebook CiLento inBicicletta Arteracconto.

Seguire Carla e Simona, seppur da un computer o uno smartphone, regala l’emozione della continua scoperta della propria terra; la loro avventura insegna quanto si possa contribuire in maniera creativa alla valorizzazione dei beni naturalistici e culturali che ci circondano. Che tutti, ognuno a suo modo, possiamo trovare la maniera per farlo!

 

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